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| A piedi tra Pisa e Lucca: l'Eremo della Spelonca (con scheda percorso) |
| Di Michele da Caprile |
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I Monti Pisani, con la loro serena sobrietà, la pacatezza dei pendii, dolci e boscosi, hanno costituito, in epoca medievale, uno dei luoghi di più forte fioritura eremitica tra la metà dell’XI secolo e la prima parte del XIII. |
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I Monti Pisani, con la loro serena sobrietà, la pacatezza dei pendii, dolci e boscosi, hanno costituito, in epoca medievale, uno dei luoghi di più forte fioritura eremitica tra la metà dell’XI secolo e la prima parte del XIII. Insediamenti di piccole e piccolissime comunità si propagarono in tutta la Toscana e, specialmente, nei territori di Pisa, Lucca e Siena, ad iniziativa di laici molte volte, ma anche di canonici. Lungo le vie di pellegrinaggio, oppure nelle zone più isolate, lo stimolo a condurre una vita appartata, più a contatto con la divinità, si mescolava al desiderio di dare assistenza religiosa ai fedeli che avevano maggiore difficoltà a raggiungere i centri abitati.
Queste comunità di eremiti, in alcuni casi assai floride, inizialmente, e dotate di importanti proprietà, si lanciarono, con l’energia e l’entusiasmo spinto da una rigorosa militanza religiosa, al rinnovamento della chiesa del tempo. Poi, nel corso del XIII secolo, la vocazione iniziale si stemperò e gli eremiti divennero monaci: i cenobi più prossimi ai centri urbani furono assorbiti dall’espansione di questi ultimi. Questo modo di vivere il sentimento religioso, però, ha lasciato importanti tracce nei Monti Pisani, sia sul versante lucchese, sia su quello pisano. Pensiamo, per tutti, all’eremo di Rupecava, oppure a quello del Mirteto, di cui La torre si è occupata in uno dei numeri passati, a dimostrazione di come la montagna abbia storicamente costituito, anche da noi, un confine aperto, un’area di scambio e di osmosi tra territori e culture confinanti.
Per questi motivi, ci è parso interessante guidare i nostri lettori in un itinerario a cavallo tra la provincia di Pisa e quella di Lucca, avente come punto d’arrivo l’eremo della Spelonca. L’appellativo deriva, appunto, dalla presenza di una cavità naturale.
L’itinerario proposto, inoltre, corre su una delle più antiche vie di collegamento tra le due città toscane, attraversando un’area di spiccato interesse naturalistico.
Costeggiamo l’abitato di San Giuliano Terme e imbocchiamo la strada statale che conduce a Lucca attraverso il traforo. Poco prima dell’imbocco della galleria, circa 70 metri di quota, in prossimità di un ristorante, possiamo lasciare il nostro mezzo ed iniziare l’escursione. Oltrepassiamo un piccolo piazzale asfaltato ed entriamo, attraverso un piccolo tornello, in una strada campestre chiusa al traffico veicolare da una sbarra, la quale conduce al passo della Croce. Come dicevo poco prima, siamo immersi in una zona naturalisticamente assai interessante, ovvero quella che, con un antico termine provenzale, viene definita gariga. Si tratta di una associazione vegetale, ampiamente diffusa in ambito mediterraneo ed estesa, sui nostri monti, lungo la dorsale del Passo di Dante e lungo i fianchi del Monte Penna. Essa si forma per la degradazione della macchia, vuoi per la presenza di suoli calcarei, quindi prevalentemente aridi; vuoi a causa degli incendi e dei disboscamenti operati dall’uomo. |
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E’ costituita prevalentemente da cespugli ed arbusti, sovente assai profumati, cui si alternano pini marittimi e lecci. Nel periodo della fioritura, si possono ammirare l’elicriso e la orchidea selvatica.
Dopo un paio di stretti tornanti, al termine di un rettilineo con buona pendenza, la campestre piega verso destra, salendo, fino a raggiungere a 215 metri di quota, il Passo della Croce. Prima di salire verso la meta del nostro itinerario, possiamo avanzare pochi metri per godere di un bello scorcio su Santa Maria del Giudice e, più in lontananza, su Lucca racchiusa nelle sue mura. Tornando indietro, troviamo la segnaletica CAI che, proprio sul passo, ci indica la direzione da prendere per raggiungere la Spelonca.
Il sentiero sale, con discreta pendenza, prima costeggiando la piccola frazione Case della Croce e poi puntando verso la cima del monte Cupola. Inizialmente la strada campestre taglia a mezzacosta un tratto a prato con alcuni ruderi di abitazioni abbandonate da lungo tempo, poi si inserisce nella boscaglia che prende il posto della gariga. Oltrepassati alcuni tornanti, arriviamo all’antico eremo: le strutture sono in buona parte coperte dalla vegetazione. L’erosione naturale, l’incuria ed il vandalismo le hanno in gran parte demolite.
L’insediamento religioso fu fondato, alla fine del XII secolo dagli Eremiti Neri, tra essi i padri “Honestus” e “Dulcis”. Una parte degli ambienti fu ricavata nella roccia e, grazie a ciò, se ne sono conservate ampie tracce. Il corpo principale e quello utilizzato fino a tempi più recenti, è costituito da una piccola chiesa a pianta rettangolare, ad unica navata. La copertura è a capanna, mentre nel prospetto si aprono, oltre all’ingresso principale, un oculo lucifero e due monofore. La fabbrica attuale, edificata, a giudicare dai materiali, nel ‘7-800, si impernia su una precedente di epoca medievale, come ricaviamo dai conci ben visibili ai piedi del perimetro. Gli affreschi che originariamente coprivano quasi tutto l’interno, sono gravemente rovinati e, per larghi tratti, specialmente lungo le pareti laterali, si sono completamente distaccati. Sul soffitto, voltato a botte, è stato dipinto un bellissimo cielo, dal blu intenso. All’incirca all’altezza dell’altare, è raffigurata un’aquila, simbolo di San Giovanni ed anche della resurrezione di Cristo, all’interno di una luminosissima aureola. Negli affreschi che adornavano la parete di fondo, sono ancora leggibili alcune tende di colore rosso ed arancio che, forse, facevano da cornice ad una immagine sacra, di cui non rimane traccia. Anche l’altare non è stato, purtroppo, risparmiato da ladri e vandali.
A pochi metri della chiesetta si apre un’affascinante spaccatura, un antro naturale scavato, dall’erosione meteorica, nella roccia calcarea: l’eremo deriva il suo nome attuale proprio da questa attrazione. Bellissime le stalattiti nella parete sinistra.
L’antro fu sicuramente utilizzato dai religiosi, come indicano un muro di contenimento in ed una scala in pietra, tramite cui si accede all’interno della grotta. |
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E’ opportuno prestare attenzione agli scalini che, specialmente in caso di pioggia, possono risultare scivolosi.
Sempre nel calcare è stata ricavata una vasca circolare collegata ad alcune cabalette. A sinistra della chiesa, con lo sguardo rivolto all’ingresso principale, si è conservata un’altra scala, anch’essa scolpita nella pietra, tramite cui si accede ad un locale di forma sub circolare. Data la fitta presenza di vegetazione e lo stato di degrado delle strutture, è assai difficile farsi un’idea immediata della volumetria che poteva avere in origine.
Corroborati dalla visita di questo luogo davvero suggestivo, e carico di storia, possiamo ridiscendere per lo stesso tragitto seguito all’andata. Due raccomandazioni. La prima: è consigliabile evitare i periodi più caldi dell’anno, per compiere l’escursione, data la scarsità della vegetazione – escluso l’ultimo tratto – e data la modesta altitudine. La seconda: la gariga è parte di un ecosistema assai delicato, per cui è indispensabile visitarla con la massima attenzione. Poco prima di tornare alla strada statale da cui siamo partiti, avremo alla nostra destra il Monte Capanne, dalla cui sommità, nelle giornate adatte, decollano numerosi e coloratissimi parapendio che potremo ammirare mentre giocano con il vento.
Michele da Caprile
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