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| La rocca di Ripafratta |
| Di Andrea Bulleri e Sebastiano Amato |
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Il castello di San Paolino, a Ripafratta, versa oggi in uno stato di grave degrado.
Ciò nonostante, è ancora leggibile la fisionomia del complesso: la chiave di volta dell'intero sistema fortificato a presidio del confine pisano-lucchese |
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Il castello di San Paolino a Ripafratta. Brevi osservazioni sulla fisionomia di un impianto fortificato
Il castello di San Paolino a Ripafratta versa oggi in un grave stato di abbandono e degrado dovuto ad una mancanza totale di manutenzione, piuttosto che a fenomeni naturali, seppure presenti. Pesante si rileva la totale perdita di una funzione che favorisca il riscatto del bene dall’incuria ed il suo necessario recupero. Nonostante i crolli, la fitta vegetazione infestante, le lacune e le manomissioni susseguitesi nel tempo, però, risulta ancora leggibile l’articolata fisionomia del complesso, frutto di più fasi costruttive e capace di testimoniare ancora la presenza e l’importanza di un organismo fortificato che costituiva, nel Medioevo, la chiave di volta dell’intero sistema fortificato a presidio del confine pisano-lucchese.
L’architettura come testimonianza è un documento aperto, che contiene in sé tante storie da trasmettere, eventi e cambiamenti che rispecchiano le peculiarità delle fasi storiche attraversate.
L’undicesimo secolo racconta di una prestigiosa consorteria nobiliare, un ristretto ambito familiare che consolida la sua identità ed il suo potere anche attraverso la costruzione di una struttura fortificata, come riportano due antichi documenti (1080), redatti “…infra castello quod vocatur Ripafracta…”, i quali riferiscono anche dell’avvenuta fondazione del monastero di S. Paolo a Pugnano da parte di “…Enricus et Ubaldus filii bone memorie Sisemundi…” e “…Adalasia uxor bone memorie Sisemundi…”. La fondazione di un monastero nobiliare, un Eigenkloster, testimonia concretamente la volontà nell’XI sec. di creare un centro spirituale per la famiglia, denotando, con molta chiarezza, l’emergere di una consorteria nobiliare, che si isola rispetto ad una cerchia familiare più ampia. “Ogni monastero costituiva un centro che avrebbe dovuto tenere unito il nucleo familiare. Le Abbazie dovevano servire come punti di cristallizzazione della compagine familiare…”. La proprietà di tali centri, religiosi ma, soprattutto, identificativi era quindi inalienabile: non potevano neppure essere venduti o ceduti integralmente perché rappresentavano il cuore della famiglia. Una simile fondazione è sintomo che il processo di formazione della consorteria dei nobili di Ripafratta (nominati fin dal 970) aveva ormai raggiunto la piena maturazione, tanto da consolidarsi anche formalmente. Il castello quod vocatur Ripafracta, costruito nell’XI sec., doveva perciò anticipare di qualche decennio il monastero. Probabilmente la sua edificazione è posteriore all’anno 1000, quando l’imperatore Ottone III sottoscrisse un diploma a favore del nobile Manfredo da Ripafratta. In tale documento veniva riconosciuta la legittima proprietà dei possedimenti tenuti in territorio pisano e lucchese, con alcuni importanti riferimenti a diritti riguardanti il “…Monte Vergaio ubi sita est ecclesia Sancti Bartholomei Apostoli…” che lasciano presumere come, in tale data, esso fosse privo di fortificazioni. |
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Successivamente al formale riconoscimento imperiale, dovette essere costituito un primo impianto fortificato imperniato su una torre feudale, posta sulla cima del colle Vergaio: una posizione che consentiva il dominio della stretta gola scavata dal Serchio e quindi il controllo sui traffici fluviali e viari fra Lucca e Pisa e la riscossione del relativo pedaggio. L’edificazione di un castello concretizzava una forma diretta di controllo economico e territoriale su una zona nevralgica tra due Comuni in rapida ascesa, pronta a diventare strategica nel giro di poco tempo. L’area di confine fra Lucca e Pisa, posta sul bacino inferiore del Serchio ed inquadrata morfologicamente da due sistemi montuosi, fa naturalmente perno su Ripafratta, punto di passaggio obbligato per importanti vie di comunicazione e penetrazione. Nel Medioevo, esercitare il proprio controllo su quest’area aveva un’importanza fondamentale e, con il tempo, in una zona relativamente piccola, sorsero ben nove fortificazioni (cinque rocche e quattro torri): un sistema fortificato complesso, nato per fronteggiare od appoggiare la rocca di Ripafratta. Ogni nuova fortificazione, infatti, si è dovuta confrontare con questo caposaldo, che nei secoli ha mantenuto il proprio ruolo chiave.
Una posizione delicata da gestire e mantenere, che richiedeva una scelta strategica fondamentale: l’appoggio di uno dei due Comuni. Il passaggio dall’obbedienza lucchese a quella pisana, sancito tramite la donazione nel 1100 al Comune di Pisa della metà del castello, causò appena quattro anni dopo la ripresa delle ostilità fra i due Stati rivali. Nell’atto di cessione Ubaldo del fu Sisemondo e Matilda sua moglie si obbligano a riconoscere, per signora diretta e padrona del castello e poggio di Ripafratta, la chiesa maggiore e la Mensa arcivescovile pisana. Dal documento risulta che una parte soltanto del castello apparteneva ad Ubaldo, mentre il resto, ascrivibile con molta probabilità a suo fratello Enrico ed alla madre Adalasia, rimase sotto il diretto controllo dei nobili di Ripafratta.
La perdita, per i Lucchesi, di una postazione fondamentale come Ripafratta non poteva non avere gravi conseguenze: le gabelle sulle mercanzie lucchesi dirette verso il territorio pisano , imposte dai nobili di Ripafratta, divennero il pretesto per riprendere nel 1104 una guerra di portata più vasta. Ripafratta fu allora occupata (1105) ed i suoi castellani imprigionati. Il castello, ripreso subito dai Pisani, fu ancora protagonista nei conflitti comunali fra Lucca e Pisa, che ebbero un parziale arresto con la ratifica della Pace di Ripafratta (1158), la quale sancì una tregua di dieci anni.
Durante questo periodo il Comune di Pisa intraprese un programma di ristrutturazione delle sue principali fortificazioni. A Ripafratta (1162-’64) fu allora edificato il nucleo sostanziale del complesso fortificato medievale, conformato sulla situazione orografica del sito: il castello era infatti costituito da due recinti murari concentrici, con andamento longitudinale allungato verso la direttrice Nord-Ovest, Sud-Est. |
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Il recinto più interno, a pianta poligonale irregolare, orchestrava l’impianto della vera e propria rocca castellana, caratterizzata da un sistema di tre torri, una centrale e le altre due adiacenti alle mura, con un’altimetria crescente in direzione Sud-Est, come è possibile desumere dai riferimenti dimensionali contenuti nel “Verbale di consegna” del 1411. Il documento citato relazione sulla reale consistenza dell’impianto medievale consegnato ai Fiorentini, sul suo armamento e sulla organizzazione funzionale dei suoi spazi, contribuendo a favorire la conoscenza di una fortificazione poi
(assonometria della rocca come si presenta attualmente. Arch.S. Amato)
radicalmente ristrutturata dai Fiorentini nel 1504. La presenza di tre torri di altezza diseguale - di cui la più bassa collocata verso Nord-Ovest, sul lato più esposto agli attacchi avversari, e la più alta sul lato opposto della fortificazione - permetteva sempre un margine di controllo e difesa dall’alto per ambiti differenziati, secondo un meccanismo a “compartimenti stagni”. Gli eventuali attaccanti erano costretti a ripetere singolarmente, con molta difficoltà e sotto il tiro mirato delle torri vicine, le operazioni d’assedio per ogni torre fino all’ultima in cui era localizzato l’estremo ridotto difensivo della fortificazione. Un impianto, quindi, molto particolare, ancora leggibile nelle strutture superstiti, riconoscibile nell’iconografia tramandataci anche dal Sercambi.
Il recinto più esterno racchiudeva invece uno spazio aperto, in cui trovava posto un piccolo insediamento urbano, lasciato a verde e connotabile come un ricetto: un luogo sicuro, uno spazio lasciato vuoto per ospitare popolazione, viveri e bestiame in caso di guerra. Chi stava all’interno del ricetto non poteva entrare nel castello, in caso di aggressione dall’esterno era costretto a difendersi per forza e ciò garantiva un’efficace “cuscinetto” protettivo per la fortificazione.
Un grande sollievo per la guarnigione, un’esposizione rischiosa per gli occupanti che si trovavano in prima linea come puntualmente accadde durante un’incursione lucchese del 1369: “(…) a dì .VII. aprile cavalcà la gente da cavallo dello ‘mperadore con Anasì & messer Fracch verso Liprafracta di socto et altri da piè, et un’altra brigata da piè Luchesi andònno verso Castel passarono, e montònno in sul monte di sopra a Lupocavo, et quine scesero in nelle ville di Valdiserchio, et quine scontrati co’ dicti da cavallo, si misse a rubbar tucte le dicte ville e molte a fuoco; quine si fece mididii, rubarìe, incendii et prede di bestiame, et molti pregioni grandi et piccioli funno presi, e inanti che i Luchesi si partissero colle genti da cavallo, si diliberò combattere Liprafacta, et già al primo assalto che vi si diede, si dava il primo procinto, in nel quale era molto bestiame, arnesi et homini; et volendo seguire più oltra, venne il predicto maniscalco et fecie la gente traere indirieto, et pensòsi che simile per denari facesse fallo, et così si levònno tucti da campo forniti di victuagla, arnesi et pregioni et bestiame, e dirissònsi verso Luccha quasi in sulla nona”. |
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Coinvolto in altri fatti d’arme e mai occupato con la forza, il castello fu ulteriormente ampliato nel 1323 e rinforzato ancora nel 1350, dopo la parentesi castrucciana, durante la quale Ripafratta fu occupata per patti.
Ripresa nuovamente Pisa, all’inizio del Cinquecento i Fiorentini intrapresero la completa ristrutturazione del castello, aggiornandolo alle nuove esigenze militari. L’avvento delle armi da fuoco imponeva di rivedere completamente l’assetto dell’impianto medievale: le fortificazioni dovevano in genere essere attrezzate per sostenere, oltre ai tradizionali attacchi diretti a breve distanza, anche l’impatto delle artiglierie che allora stavano definendo il proprio ruolo ed un modo diverso di combattere. I fronti più esposti diventavano, perciò, quelli rivolti verso le aree pianeggianti che potevano consentire il posizionamento delle armi da fuoco assedianti ed un bombardamento mirato sulla media distanza. Bisognava opporre una difesa di massa e limitare i bersagli, gli elementi architettonici facilmente inquadrabili e potenzialmente pericolosi per chi stava all’interno della fortificazione: tutti quegli apparati utili perciò alla difesa piombante, al controllo dall’alto, che caratterizzavano gli impianti medievali. Furono cimate le torri medievali e, su progetto di Giuliano da Sangallo 1504 (sembra con pareri di Leonardo), vennero avviate profonde modifiche strutturali, quali la costruzione di ampie scarpe addossate alle mura del recinto e di rivellini contrapposti. Ai lavori attesero congiuntamente sia Giuliano che Antonio da Sangallo il Vecchio, personaggi fondamentali nel definire il nuovo sistema di difesa radente, cui si è soliti attribuire la paternità del fronte bastionato: applicarono anche a Ripafratta le soluzioni sperimentate in altre coeve fortificazioni toscane.
La nuova scarpatura permetteva da allontanare la minaccia portata dai classici strumenti d’assedio di derivazione antica - elepoli e battifredi ancora presenti durante il periodo di transizione - , limitava le possibilità di scalzamento alla base delle mura, aumentava la massa muraria resitente e contribuiva al consolidamento statico dell’intero apparato murario, date anche le notevoli pendenze del sito. Le torri cimate furono probabilmente riempite di terra per aumentarne la resistenza passiva; le cortine rialzate e portate al livello delle torri; le merlature, facilmente demolibili sotto il tiro avversario, trasformate in finestre su tutto il perimetro del castello; l’apparato a sporgere, divenuto inutile e pericoloso, fu progressivamente rimosso.
(planimetria generale dell'impianto fortificato. Arch.S. Amato)
Ma sarà soprattutto alla definizione del nuovo ingresso alla fortificazione che i Sangallo concentreranno i loro maggiori sforzi. La realizzazione di un nuovo sistema d’accesso ridefinisce la dinamica difensiva della fortificazione: si accede al complesso fortificato attraverso una lunga rampa fortificata, lungo il lato maggiore del castello, che conduce ad una “porta scea”. |
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Un percorso obbligatorio di avvicinamento alla fortificazione, quindi, che costringe chi lo percorre ad essere costantemente sotto il tiro dei difensori sul lato scoperto, tenendo sempre le mura sulla destra. L’accesso precedente si trovava sul lato opposto, è visibile ancor oggi, nonostante sia stato occluso dalla scarpatura della ristrutturazione sangallesca.
La difesa definiva quindi i movimenti dell’offesa. Il percorso aveva un primo caposaldo nel torrione cilindrico del barbacane, con postazioni di tiro in casamatta ed a cielo aperto sulla piazzola soprastante. Quest’ultima era contraddistinta perimetralmente da modernissimi, per l’epoca, merloni a spigolo arrotondato che offrivano la possibilità di avere un doppio livello di tiro coadiuvato, sulla piazzola di copertura, anche dall’utilizzo di armi leggere.
Forzato questo primo blocco, gli eventuali occupanti, alla fine di un percorso in salita e sotto il tiro continuo dall’alto degli occupanti, si trovavano davanti un secondo sbarramento murario costituito da un saliente della scarpatura che ospitava ancora una serie di postazioni per il tiro su diversi livelli.
Le postazioni di tiro in casamatta presentavano bombardiere del tipo quattrocentesco classico, in uso già dagli anni ’80 e ’90 del quattrocento, con scudatura in pietra, passaggio di volata circolare e traguardo di mira costituito superiormente da un secondo occhiello (secondo una configurazione che ricorda il numero “8”). Non veniva utilizzato ancora un tiro incrociato ma un angolo di tiro mirato alla difesa del percorso d’accesso da diverse posizioni. La scalatura in verticale delle tre quote di tiro permetteva, infatti, di sfruttare le tre possibilità di tiro canoniche per il periodo: in sommità, radente al piano di campagna ed in fondo alla scarpatura; quest’ultima assicurava una prima efficace difesa in prossimità dell’entrata al barbacane, restando fuori vista e, soprattutto, fuori tiro nei confronti dell’assediante.
La modernità di una simile soluzione fu presto sorpassata dall’evoluzione stessa delle artiglierie, le cui maggiori prestazioni consentirono presto di poter operare ad una distanza maggiore così da rendere vano l’apparato difensivo sopra esposto (facile bersaglio ad una distanza maggiore) ed inutile un avvicinamento terrestre alla fortificazione nella fasi iniziali dell’evento bellico.
Il castello nel XVI sec. perse perciò gradualmente d’importanza, tanto da risultare abbandonato nel 1607. Allivellato nel 1628 ad Orazio Angelini, “ad uso d’orto con piantarci de’ frutti e viti”, nel 1678 il livello passò al fattore della tenuta granducale di Collesalvetti, che dopo pochi mesi lo cedette al balì Roncioni. I rinterri ed i cambiamenti di livello del terreno richiesti dall’adattamento alla funzione agricola hanno in parte compromesso la leggibilità degli originari livelli di vita e d’esercizio della struttura fortificata, parzialmente recuperati durante la campagna archeologica di scavo compiuta fra il 1983 ed il 1990, che richiedono ancor oggi un necessario ripristino e la riqualificazione di quella che possiamo considerare come la maggiore testimonianza dell’antico sistema di difesa medievale fra Lucca e Pisa. |
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Andrea Bulleri
dottore di ricerca, esperto di architetture fortificate, è autore di numerosi saggi
Sebastiano Amato
architetto e cultore della materia al corso di "Architettura e composizione architettonica", presso l'Università di Pisa
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